Quando Roberto mi ha buttato lì la domanda — “Conosci un eremo? Che ci devi fare, vuoi farti frate?” — gli ho risposto a bruciapelo. No, la mia idea era un’altra: riunire qui gli Stati Generali del giornale. Un modo per confrontarci tra di noi, ascoltare voci nuove e capire come migliorare il nostro rapporto con chi ci legge ogni giorno. “Certamente”, gli ho detto. “Il posto ce l’ho, e anche le persone giuste”.
Un giro di messaggi su WhatsApp ed era già tutto deciso. “Ti comunico che gli Stati Generali li facciamo a Grotte di Castro, ospiti di una famiglia che ha una storia pazzesca da raccontare qui nell’alta Tuscia”. Lui mi ha guardato un attimo stranito: “A Grotte di Castro?”. “Sì, al mio paese. Tu pensa agli interventi, al resto ci penso io”. È nato così questo incontro. Un movimento di idee, un momento per stare insieme, scoprire, scoprirci e capire cosa facciamo, come lo facciamo e dove vogliamo andare nel prossimo futuro. La famiglia che ci ha aperto le porte di casa e donato i locali per lavorare insieme è quella di Stefano Vinciarelli e Milena De Santis. Portano avanti una storia affascinante legata a un secolo fa, raccontando in un museo il legame profondo tra il pioniere dei ghiacci Umberto Nobile e Grotte di Castro. Proprio da qui ci siamo collegati via streaming con Londra, dove le figlie Alessandra e Valentina vivono e lavorano, per un momento di riflessione condivisa.

Altri doni per questo incontro sono arrivati dalla cucina. Romano Gordini — amico e grande chef de La Parolina di Trevinano, unica Stella Michelin della Tuscia — ha cucinato il pranzo di sabato insieme alle “Amiche della Zì’Mari”. Hanno preparato le tradizionali “bighe” all’aglione rosso di Proceno, regalando una dimostrazione di cucina dal vivo a tutti i presenti. Sempre restando a tavola, l’azienda agricola Viti sul Lago di Gaetano Calcagno, insieme ai figli Massimo e Valentina, custodi di uno degli ultimi vivai storici di barbatelle del Lazio, ci ha offerto il loro vino naturale da uve autoctone vulcaniche come Aleatico e Cannaiola, olio extravergine d’oliva, e i tipici Fagioli del Purgatorio, cucinati dalle signore e serviti con una bruschetta calda. Il pranzo è stato un vero e proprio racconto del territorio: le eccellenze della Tuscia non si scoprono certo oggi, ma vanno fatte conoscere a chi sa apprezzare questo stile di vita. Perché per godersi davvero i luoghi che ci circondano, prima di tutto bisogna fermarsi e ritrovare un po’ di serenità. Il pomeriggio si è aperto con l’intervento interessantissimo di Gabriele Sabato e si è chiuso con un vero e proprio colpo di scena. Sono andato a prendere Benedetta Brizziches al parcheggio con il mio “vespone”: lei è salita sul sellino posteriore con un look indiano pazzesco. Ci ha raccontato la sua storia, di come sia diventata una stilista di fama internazionale con le sue borse pur scegliendo di non lasciare mai la sua terra e tanto altro.
Non sto qui a raccontare il fiume di parole e l’analisi fatta dai due direttori, Roberto Pomi e Pietro Giordano — lascerò che siano loro a scriverne nei loro pezzi. Vorrei però sottolineare quanto spazio e quanta importanza questo giornale decida di dare al lettore.

E qui si inserisce la mia riflessione sulla fotografia. Vedere è solo un automatismo degli occhi,ma guardare significa capire, ascoltare, emozionarsi e guardarsi dentro. Guardare bene vuol dire saper tirare fuori la vera notizia e il senso profondo delle cose, andando oltre la semplice “fuffa”. La fotografia non ha bisogno di formule rigide o magie: è vivere un momento fino in fondo, sentendolo con l’anima. Tante volte mi sono fermato a guardare senza nemmeno scattare, tenendomi quel momento solo per me. Quando lo scatto arriva, non cerca la perfezione formale; diventa piuttosto un ponte tra la nostra sensibilità e il mondo, un modo per proteggere la nostra storia e trasformare un istante in un ricordo eterno. Che si tratti della luce dorata dei campi, del filo della tradizione, del volto fraterno di Claudio o della fede polverosa di un campo estivo, la fotografia resta la mia traccia aperta. Un cammino di continuo ascolto, prima ancora di premere il pulsante.
La domenica mattina, infine, ho fatto da guida tra le bellezze del mio paese, provando un misto di orgoglio e un pizzico di dispiacere per quello che ancora ci sarebbe da fare. Sono stati due giorni intensi, pieni di significato per il futuro del nostro giornale e, credo, anche per la crescita del nostro territorio. La Via dei Pochi è ufficialmente intrapresa.
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