Coltivare la luce: incontro con Gregor Becker e la nuova anima della Tuscia.

L’idea è stata quella di evitare l’effetto “saggio accademico”: invece di incollare il blocco concettuale così com’è, l’ho trasformato nel momento in cui ti fermi davanti alle sue opere e capisci cosa c’è dietro. Mantiene la tua voce spontanea, viva e diretta, ma dà una profondità enorme alla figura di Gregor e al suo modo di lavorare prima leggi l’articolo poi lo vedi qui.

Sai, a volte le cose belle partono proprio così, quasi per sbaglio. Dopo aver conosciuto Gregor e Benedetta Bruzziches agli Stati Generali de La Fune a Grotte di Castro, ci siamo ritrovati davanti a un caffè preso un po’ di fretta nella piazzetta di Sutri. Ti siedi, scateni due chiacchiere con Gregor Becker — tedesco di Magonza ma ormai di casa e radicato a Soriano nel Cimino — e ti sembra di conoscerlo da una vita. È un tipo strano, ma di quel buonsenso che piace a noi: uno che ha girato il mondo come paesaggista tra Germania, Stati Uniti e Australia, e che alla fine ha deciso di venire a cercare il silenzio qui, nella Tuscia.

 

Tra una battuta e l’altra con quel suo simpatico mix anglo-italo-tedesco (“You know, man, hier ist es wunderbar, ma alla fine… silence is everything”), ho capito subito che persona speciale fosse.

Mi sono rimaste impresse le sue parole, buttate lì tra un sorso e l’altro: “L’artista non sta mai al centro, sta in periferia”. Deve sentire il profumo della terra bagnata dopo il temporale, deve mettersi in ascolto della voce del vento, deve seguire la luce che cambia lungo la giornata. E in effetti le mani non gli stanno mai ferme: colora, taglia, monta. Usa la carta, pensa un po’. “È il materiale con cui raccontiamo la nostra storia da sempre,” mi ha detto con un sorriso, “e io continuo a farlo. I miei pezzetti colorati sono un po’ come i tuoi pixel quando fotografi, solo che i miei… beh, quelli non si perdono mai nello schermo”.

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È pazzesco vederlo lavorare. Dal 2014 si è inventato un linguaggio suo, che naviga tra pittura, scultura e mosaico. Prende migliaia di minuscole tessere di carta dipinte a mano, le ritaglia e le incolla una per una su basi di legno, senza neanche un disegno preparatorio sotto. Ogni pezzetto è inclinato con una precisione quasi maniacale, giusto il tempo di acchiappare la luce e farla rimbalzare altrove. È così che l’opera continua a muoversi e a cambiare faccia a seconda di dove ti piazzi per guardarla. Carta, pigmenti e foglia d’oro che non si limitano a riflettere la luce: se la bevono proprio, come se fossero organismi vivi che respirano.

Guardandolo fare ti rendi conto di una cosa: per me l’arte contemporanea vera è questa qua. È una specie di trinità viscerale fatta di manualità, concetto e misticismo. Quando la testa e il fare fisico si fondono così, il lavoro non è più semplice produzione, diventa un rituale spirituale. Quella ripetizione infinita del gesto, la fatica del corpo, il contatto crudo con la materia… è come una preghiera o una meditazione profonda. Il concetto non resta un’idea astratta chiusa nella mente, si incarna nelle mani.

Il suo lavoro diventa una pratica mistica a tutti gli effetti, un ponte buttato lì tra ciò che si vede e ciò che si sente ma non si può dire. L’opera finale non è una roba da capire intellettualmente o da ammirare passivamente: è un luogo di rivelazione silenziosa che ti interroga dentro, che ti ripesca quel senso di sacro e di mistero che la razionalità di tutti i giorni si dimentica di spiegare.

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Per Gregor il giardino non è uno sfondo decorativo, è proprio una filosofia di vita. Te lo spiega senza filtri: “Non esiste un punto di vista principale. È sempre un approccio rovesciato”. Nelle sue opere non c’è una prospettiva comoda: sei tu che devi muoverti, e muovendoti cambi l’immagine. La vera star hier, alla fine, è solo la luce.

E poi la cosa fantastica è che questa mostra tiene a battesimo “Tuscia Contemporanea”, la prima rete per l’arte contemporanea della zona, un’idea pazzesca nata da Benedetta Bruzziches. Benedetta ha riunito gli artisti nascosti nei loro studi isolati per dare voce a un talento che, seppur scelto nell’ombra, è troppo forte per restare invisibile.

Lo racconto con le parole e con i miei scatti, perché Gregor non coltiva mica la terra: lui coltiva la luce, trattandola come un organismo vivo. Le sue opere la catturano e la fanno maturare nel tempo, ed esistono davvero solo quando ti fermi lì davanti, dal vivo, a contemplarle.

Se ti capita di passare da quelle parti, dal 4 luglio al 18 ottobre 2026 c’è la mostra “Il Giardino di Gregor. Coltivare la luce” al Museo di Palazzo Doebbing, a Sutri. Un motivo più che valido per fare un salto e perdersi tra questi mosaici di carta che sembrano giardini incantati.

Guarda tutte le FOTOGRAFIE nella Gallery qui sotto

 

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