Gregor Becker e la luce di fine ottobre: l’arte viva di Tuscia Contemporanea da un idea di Benedetta Bruzziches.

Li vedo da lontano mentre sono ancora fuori dal museo. Stanno parlando fitti fitti, chissà, magari proprio del futuro della mostra.

«Ehi, rimanete dove siete tutti e due! La luce è stupenda!», gli urlo da distante.

Benedetta mi sente e si sposta nel piccolo giardino. Si mette in controluce, lasciando che il sole metta in evidenza il drappo giallo appoggiato sulla spalla. È un contrasto bellissimo: la luce la illumina di quinta mentre lei quasi volteggia sull’erba come una danzatrice. Gregor, invece, è rimasto piantato a guardarla, appoggiato alla ringhiera del passaggio pedonale proprio all’ingresso. Mi avvicino, punto l’obiettivo sul suo viso per un primo piano e gli dico: «Mi sembri una statua greca».

Poi entriamo nel museo. Come c’è Giuseppe Equitani che gioca con una telecamera tascabile per realizzare un video. Dentro è tutto un gioco di luci e riflessi tra le varie stanze e le opere di Gregor, che si intrecciano come in un gioco di specchi.

«Dove la porterai una volta smontata qui?», gli chiedo.

«Non lo so ancora… penso New York», mi fa lui.

«Bello! Però sappi che lì non ci vengo a farti le fotografie, l’aereo non lo prendo mica.»

Alla radice di quello che fa Gregor Becker c’è una parola tedesca precisa, Heimat: il luogo dove cresci, dove sono le tue radici. «Una volta che lo perdi, ti resta dentro il richiamo», mi spiega. «Ma non è mai più la stessa cosa, nemmeno se torni.»

Le sue opere non cercano di fare un viaggio indietro nel tempo a quel luogo: lo ricostruiscono, tessera dopo tessera. Nei suoi quadri la natura non fa da semplice sfondo, ma è lo spazio in cui l’uomo collabora alla creazione: la seconda creazione, quella affidata alle sue mani.

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Del giardino conserva il metodo. Solo che ciò che coltiva non è una pianta, ma la luce: la prima creatura. Per lui la luce non è soltanto un fenomeno ottico, è un organismo che vive nel proprio accadere e muore nella propria cattura.

«Non volevo cementare la luce dentro un quadro», dice. «La luce è viva: passa, cambia, ti mette in relazione con tutto ciò che hai intorno.»

Tratta l’immateriale come si tratta un campo. Prende ciò che accade in un lampo e lo costringe ai tempi del giardino, alle stagioni, all’attesa. Non si limita a dipingere la luce, la semina. E come ogni raccolto, l’opera matura nello sguardo di chi osserva, e fuori da quello sguardo non esiste.

«Queste opere esistono solo quando sei presente», mi confida. «Puoi farne tutte le fotografie che vuoi, ma non succede niente. La cosa accade quando sei lì, davanti.» Ed è vero, io ho cercato di raccontare questo con me mie fotografie e spero di darvi questa sensazione.

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I suoi lavori sono mosaici di carta da acquerello dipinta a mano, composti da migliaia di tessere che Gregor colora, taglia e dispone su tavola nell’arco di mesi. Prende la tradizione musiva e ne rovescia i termini: alla pietra sostituisce la carta, alla superficie piana un rilievo mosso, alla fissità dell’immagine una variabilità che dipende dall’inclinazione delle singole tessere. Le opere reagiscono alla luce naturale e mutano con le ore del giorno e con la posizione dell’osservatore.

In questa concezione confluisce tutta la sua esperienza di paesaggista: il tempo lungo della crescita, l’attenzione alle condizioni ambientali, l’idea che l’opera non si concluda nell’esecuzione ma continui a vivere nel luogo che la accoglie.

Nato a Magonza, Gregor Becker oggi vive e lavora a Soriano nel Cimino. Le sue opere figurano in collezioni private in Europa e negli Stati Uniti; Il Giardino di Gregor, allestita al Museo di Palazzo Doebbing a Sutri è stata curata da Antonio Arévalo, ed è stata la sua prima mostra personale in un museo.

Un progetto che s’inserisce in un fermento più ampio nel territorio. «Mi sono accorta di quanti artisti, qui, lavorano in silenzio», spiega la fondatrice Benedetta Bruzziches. «So cosa significa scegliere questa terra per creare lontano da tutto, e non saremo noi a tradire chi ha scelto di non farsi trovare. Ma quello che fanno, nell’ombra, è troppo prezioso per restare invisibile.»

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È così che nasce Tuscia Contemporanea: non come una fondazione o il solito festival, ma come un organismo orizzontale, privo di un unico direttore artistico, che si articola in tre formati principali. Ci sono le mostre numerate (capitoli sequenziali di un unico grande racconto), le visite agli studi d’artista per un’immersione diretta nei luoghi della creazione, ed esperienze su prenotazione con itinerari che intrecciano opere, territori e storie personali. A fare da guida c’è una speciale mappa della Tuscia dell’arte, dove sono gli artisti stessi a narrare la propria terra.

Perché la Tuscia non è soltanto un paesaggio: è un tempo sospeso, una terra segreta di tufo, boschi e silenzi che protegge chi la sceglie e ne trasforma la materia in poesia. Camminare tra questi borghi significa perdersi tra gli atelier nascosti, ascoltare il rumore degli attrezzi al lavoro, scoprire una bellezza che non si esibisce, ma si lascia incontrare. Un invito aperto a rallentare il passo, superare la superficie e lasciarsi guidare dagli artisti alla scoperta di un’Italia non più segreta ma che continua, sottovoce, a creare meraviglia.

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