Civita e Bagnoregio: il ritorno del Cristo prima della mezzanotte, tra fede, storia e leggenda.

Arrivo a Civita di Bagnoregio nel primo pomeriggio del venerdì santo di questa Pasqua 2026 . Il vento, che nei giorni scorsi soffiava furioso a oltre 50 chilometri orari, si è calmato, ma sul ponte sospeso tra cielo e terra continua a spirare, come se volesse proteggere l’ingresso a questo luogo che sembra sospeso nel tempo. L’aria è piena di un brusio costante: turisti da ogni angolo del mondo si uniscono a me e Giuseppe, tutti spinti dal desiderio di salire verso uno dei borghi più iconici della nostra bella Italia. Oggi, però, non è una visita come le altre. Il protagonista spirituale di questo rito è un prezioso Crocifisso ligneo del XV secolo, di scuola donatelliana, custodito nella Chiesa di San Donato. Anche se la chiesa è in fase di ristrutturazione, il Cristo è lì, nella navata di destra.

 

L’atmosfera è vibrante: un gruppo di donne prega in silenzio, mentre gli uomini della confraternita arrivano a piccoli gruppi, vestiti di bianco, preparandosi per il rito prima che il sacerdote inizi l’omelia. Quando usciamo, la piazza di San Donato è affollata. I turisti, increduli di fronte a tanta intensità, mi chiedono cosa stia succedendo. È una sensazione particolare, quasi ancestrale, vedere questo gruppo di uomini in bianco farsi strada tra la folla che, quasi automaticamente, riprende tutto con i propri smartphone, immortalando un momento così potente. La processione non è solo un atto di fede; è un legame vitale tra il borgo isolato, la “città che muore”, e la comunità di Bagnoregio. La macchia bianca, con il bellissimo Cristo adagiato e portato a spalla, scende verso il ponte. Faccio fatica a seguirli, travolto dall’emozione e dalla folla. Il sole del pomeriggio illumina il tufo che sostiene questo monumento unico al mondo. Il cielo azzurro fa da cornice perfetta, permettendomi di scattare immagini che porterò con me per tutta la vita.

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E come dopo ogni discesa c’è sempre una salita, e questa è davvero ripida, ma i portatori e il gruppo di fedeli al seguito non sembrano preoccuparsene. In prima fila riconosco il sindaco Luca Profili, insieme ad alcuni assessori. “È una tradizione che continua, un atto di fede per tutti i bagnoresi” – mi dice il sindaco Profili, che nella processione serale si unirà attivamente come portatore di un’edicola – “è un momento di profonda aggregazione, molto sentito da tutti noi”. Il pensiero va alla storia di questo luogo. Si narra che nel 1499, durante la peste, il Cristo abbia parlato a una donna, promettendo la fine del flagello. Da quel momento, la fragile geologia di Civita, la “città che muore” a causa dell’erosione, ha legato il destino del borgo alla presenza del Crocifisso.

 

Il silenzio è interrotto solo dai canti e dal passo cadenzato. La processione continua fino alla chiesa di Sant’Agostino, a Bagnoregio, dove si fermerà per la venerazione fino a sera.

«Parlare della Processione del Venerdì Santo a Bagnoregio – mi spiega don Marco Petrella, parroco della città – non è possibile senza partire dalla Fede, che è ciò che ha dato origine a tutto. Probabilmente si tratta di una tradizione di epoca medievale, nata grazie alla presenza dei francescani nel nostro territorio. In seguito, a metà dell’800, monsignor Leandro Marini volle che l’immagine del Santissimo Crocifisso, da sempre venerato nella chiesa di San Donato, fosse portata in processione proprio in occasione del Venerdì Santo, affinché l’intera comunità potesse pregarla e ammirarla»

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La processione rappresenta la protezione stessa del borgo. L’evento è una rievocazione imponente. Oltre 350 figuranti in costume d’epoca – soldati romani, centurioni, pie donne – sfilano per le strade, supportati da più di 100 persone che si occupano dell’organizzazione e della sicurezza. “Il nostro comitato permanente” – mi confida il presidente Giordano Fioco – “è un gruppo dove ognuno dà il massimo per rendere questo evento unico. Quest’anno abbiamo restaurato le iconografie storiche che racchiudono la fede della nostra comunità”. Prima che la processione entri nel vivo, riesco a raggiungere il Vescovado. Qui trovo Benedetta, un’infermiera del 118, che da anni si dedica con passione a rendere veritiere le cicatrici sulle spalle e sul volto di Gesù, interpretato per la seconda volta da Raffaele, che lavora come cameriere in un noto ristorante di Orvieto. “Sono circa 10 anni che faccio il contrario di quello che poi faccio nel mio lavoro, che amo moltissimo” – mi racconta Benedetta – “trucco con effetti speciali la schiena di Gesù per rendere reale la scena della fustigazione inflitta dai soldati

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C’è una regola ferrea in questo rito: il Cristo deve tornare a Civita prima della mezzanotte. È una questione di fede, ma anche di leggenda. Si racconta che, se la statua dovesse rimanere a Bagnoregio dopo la mezzanotte, la proprietà del simulacro passerebbe definitivamente a quest’ultima, privando il borgo sospeso del suo simbolo più caro. Ma c’è di più: la Leggenda della Sopravvivenza sussurra che, se il Cristo non tornasse nel suo scrigno naturale, Civita sprofonderebbe definitivamente nei calanchi. Un aneddoto storico: nel 1963, a causa di un violento nubifragio, il Cristo dovette “dormire” a Bagnoregio. Fu l’unica eccezione in secoli di storia, ma fortunatamente la leggenda della “perdita della proprietà” non venne applicata! È notte fonda, le luci illuminano il ponte mentre la processione rientra. Turisti increduli immortalano ancora Civita. Gli ultimi scatti di questa giornata li dedico a questa incredibile forza di comunità. Ritorno a casa stanco, ma con il cuore pieno, felice di aver raccontato un altro pezzetto, prezioso e unico, della mia Tuscia.

Guarda tutte le fotografie qui sotto!!!

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