Tutto inizia con una ferita dolce nella roccia: ADI 29 DI MAZO 1719. Oltre tre secoli fa, una mano ignota scalfì il tufo per dare un nome al tempo, fondando questo piccolo grappolo di case nella campagna di Grotte di Castro. Ma per me, quella data non è solo storia; è il rintocco di un’eredità che scorre ogni tanto nei miei pensieri.
Il Mortaro non è fatto solo di pietre strette l’una all’altra in un abbraccio protettivo; è fatto del respiro delle donne della mia famiglia. Prima i miei bisnonni, poi di mia nonna materna, che tra queste mura hanno intrecciato i loro giorni. Immagino i loro passi sulle stesse scale di pietra, mentre il borgo brulicava della vita dei contadini.
Un tempo, all’alba, il Mortaro si svegliava con il richiamo degli animali e il vociare operoso di chi, come loro, viveva della propria terra. Oggi, quel caos vitale ha lasciato il posto a un silenzio solenne, un silenzio che sembra custodire i segreti dei loro racconti. È un silenzio interrotto ogni tanto dal brontolio di un trattore che risale la strada, erede meccanico dei vecchi asini da soma che un tempo accompagnavano i passi di chi ci abitava.
Qualche finestra si è riaperta grazie ai “forestieri”, cercatori di pace in fuga dal mondo, ma l’anima profonda della frazione resta legata alla terra e allo spirito. Lo si sente a pochi passi, dove la chiesa di Santa Maria delle Colonne osserva il passare dei secoli, custode di una delle memorie più antiche di Grotte. Lo si percepisce poco distante, dove l’eremo Juana Coeli di Sorella Paola aggiunge un velo di misticismo, rendendo l’aria densa di una spiritualità antica e pura.
Il Mortaro non è solo una frazione; è un frammento di storia che resiste. È il luogo dove la pietra incisa nel 1719 continua a raccontare che, nonostante il tempo passi, la vita qui non ha mai smesso di respirare. E finché io ricorderò gli occhi di mia nonna e la forza dei miei bisnonni in questa campagna, il loro eco non svanirà mai.




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